Federico Caliri, Il Mental Coach.

Lavorando in questo settore, ho la fortuna di conoscere moltissime persone, oggi vi presento Federico. Federico si occupa di una materia molto particolare, la materia grigia!

Andiamo assieme a scoprire chi è Federico Caliri!

D: Chi è Federico Caliri
R: Domanda difficile😅😂. Federico è un ragazzo normale con delle passioni esagerate, che lo portano a cercare di dare il massimo qualsiasi cosa faccia, dal lavoro allo sport.

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D: Quali sport pratichi?
R: Attualmente pratico Bjj (Brazilian Jiu Jitsu), uno sport da combattimento in cui si lotta prevalentemente a terra, dopo una prima fase di studio e analisi in piedi. Diciamo che però sono sempre stato attratto da tantissimi (tutti) gli sport e per questo motivo ne ho provati diversi nella mia vita, partendo dal classico calcio, passando poi per la pallanuoto e la muay thai fino ad arrivare appunto al bjj, per citarne solo alcuni.

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D: Che Studi hai fatto e cosa ti ha spinto?
R: Dopo aver conseguito il diploma di maturità ad indirizzo scientifico ho iniziato il mio percorso di studi svolgendo la triennale in psicologia a Milano. Studiando poi psicologia generale sono venuto a conoscenza di una particolare branca della psicologia, la psicologia positiva, al cui interno vi è la psicologia dello sport e da lì scegliere cosa fare per il resto della mia vita è stato molto semplice. Una volta terminata la triennale ho deciso di specializzarmi subito in psicologia sportiva svolgendo un master a Torino e poi “completare” gli studi con un tirocinio di 6 mesi presso un centro di psicologia dello sport. Mi hanno spinto le due passioni che ho sempre avuto: da un lato lo sport e dall’altro il cercare di capire i comportamenti umani ma sopratutto trovare un modo per potenziare la nostra mente e farla eccellere.

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D: C’è chi dice che è la testa che comanda il resto del corpo, quanto è vera questa affermazione?
R: Per me è vera al 1000 per 100. Se la testa non funziona possiamo essere allenati a puntino ma non potremo mai rendere al massimo delle nostre capacità. È come se avessimo una Ferrari ma all’interno del motore un componente non funzionasse a dovere. Il risultato sarà questo: si accenderà una spia sul cruscotto della nostra macchina dicendoci di andare al più presto dal meccanico mantenendo una velocità bassa. Ecco questo significa non allenare la testa. Avere un componente, il più importante, rotto o mal funzionante. E la cosa peggiore è che non si sa quando questo guasto verrà fuori e che cosa andrà a inficiare. La macchina potrà funzionare bene per tutta la sua vita oppure risentirne nel momento più importante (es. mondiale, europei, Olimpiadi etc).

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D: 4 punti per cui vale la pena provare un mental coach
R: 1) Perché la testa va sicuramente allenata con una persona qualificata. Leggere libri e vedere video motivazionali non basta.
2) Perché molto spesso si utilizzano tecniche che hanno effetti opposti rispetto a quelle che dovremmo utilizzare quando gareggiamo. Sai quante volte ho visto utilizzare una respirazione sbagliata per rilassarsi prima di una gara?
3) Perché se lo usano i professionisti non capisco il motivo per il quale non debba servire a atleti che iniziano o che provano ad arrivare in alto.
4) Perché l’insieme è più delle somme delle parti che lo compongono. Se alleno solo la testa migliori ma non basta; se alleno solo il fisico migliori ma non basta; se mangi bene e basta migliori ma non serve a molto. Se invece unisci tutto questo allora puoi rendere molto di più di quanto tu non possa pensare.

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D: Cos’è più tosto da allenare il fisico o la mente?
R: Questa domanda, apparentemente semplice, è molto complicata in realtà. Penso che dipenda da atleta ad atleta. Ci sono atleti che riescono ad allenare più facilmente la parte fisica ed altri la parte mentale. In generale però posso dire che forse è più difficile allenare la mente, ma solo perché non si è abituati fin da piccoli a farlo. Fin da quando siamo bambini ci insegnano a lavorare, in un modo o nell’altro, a livello fisico, ma in pochi ti aiutano a costruire una mentalità corretta; in pochi ti insegnano a pensare e ragionare e a costruirti poi un’autostima e un’autoefficacia alta.

D: Quanto è difficile lavorare con degli sportivi professionisti?
R: Anche qua dipende dall’atleta. Alcuni atleti hanno un blocco, non consapevole ovviamente, nei confronti di questa disciplina nonostante ci provino. Molto spesso è dovuto al fatto che hanno timore ad aprirsi perché non vogliono dimostrarsi vulnerabili perché di solito sono atleti di alto profilo. Con loro ovviamente il lavoro è più complicato ma si tratta comunque so guadagnarsi la loro fiducia. Altri atleti invece sono predisposti a dare più fiducia e con loro il lavoro diventa più semplice, ma sono anche quelli più emotivi che poi possono avere qualche ricaduta in più.

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D: Sogno nel cassetto?
R: Tantissimi! Dal partecipare a un Olimpiade a seguire degli atleti di NBA o comunque dei maggiori campionati del mondo.

D: Nel tuo lavoro, l’aspetto che più ti piace.
R: Il rapporto che ho con tutti i ragazzi e sopratutto la gioia che vedo in loro, nei loro occhi, quando riescono a superare i propri limiti e le loro paure.

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D: Chi motiva Federico?
R: Gli atleti stessi! Vedere il loro impegno e la loro abnegazione mi aiuta e mi sprona a fare sempre qualcosa in più. Man mano che loro migliorano sento la necessità di migliorare anche io per riuscire sempre a dargli una mano!

D: A guardarti da fuori sembri molto forte e senza punti deboli, sappiamo che non è così, svelacene uno.
R: Eh bella domanda. Forse ti direi che alcune volte sono troppo razionale. E ovviamente un mental coach troppo razionale non e il massimo.

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D: Raccontaci le sensazioni che hai dopo una seduta di mental training!
R: La maggior parte delle volte molto positive. Soddisfazione e felicità sono le sensazioni ed emozioni che provo più frequentemente. Soddisfazione perché mi rendo conto di essere utile e felicità perché sono contento di riuscire ad applicare nei vari momenti della seduta tutto ciò che ho studiato.

D: Dai un consiglio a quelli che pensano che il mental coaching sia una cazzata.
R: Rido per non piangere. La maggior parte di coloro che lo pensano sono gli stessi che poi, quando non riusciranno ad arrivare dove vogliono, diranno che è stata colpa della sfortuna, del destino, del fatto che non avevano le mutande portafortuna e via dicendo. Non mi sento di dare consigli a chi si sente superiore agli altri. Penso che abbiano già tutte le risposte e i consigli che gli servono per conto loro 😉

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Grazie Federico, già mi alleno tutti i giorni della settimana, ma un pensierino per allenare la testa, almeno un paio di volte al mese, visto come stanno le cose, dovrò trovarlo!

IronMario

 

 

T°RED Bike Concept Store Milano

Sono andato a visitare Il nuovo Bike Concept Store di  T°RED, azienda di Desenzano del Garda che ha aperto i battenti a Milano in Piazza Firenze al 19, ad agosto.

Mi ero ripromesso di andarci non appena fosse stato possibile e visto che non è troppo distante da dove vivo, a settembre, dopo aver contattato Luca ed essermi accordato per una chiacchierata informale, mi sono presentato un venerdì alle 10 del mattino.

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T°RED BIKE è un progetto tutto Italiano, che nasce da un centro di ricerca applicato, che unisce architettura e design e ha alla base del proprio core business, la ricerca e lo sviluppo sui materiali, la progettazione di oggetti a forte contenuto tecnologico, che trovano il loro impiego nei più disparati campi come quello aerospaziale, automotive, biomedicale etc. Immaginate cosa può venire fuori se tutta questa ricerca e innovazione viene messa al servizio di una passione come il ciclismo? Ecco che così, dopo la richiesta di un ciclista professionista, di realizzare un modello di bici unico dedicato, i ragazzi di T°RED capiscono che la strada dopo questo progetto è segnata.

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Le loro bici sono un concentrato di tecnologia sartoriale che passa da materiali come acciaio, titanio, carbonio, alluminio, il tutto unito ad un approccio diverso e singolare.

La progettazione delle bici passa dallo sviluppo di un software per il body scanning, che consente di analizzare le esigenze di chi andrà ad utilizzare il mezzo e in base ai dati assimilati, incrociandoli con le geometrie del mezzo da realizzare e del materiale utilizzato, definisce spessori, rigidità, sezioni, saldature etc.  Capite bene che vuol dire farsi realizzare tubazioni su misura, cosa molto diversa dal farsi mandare dei tubi standard dal produttore X e tagliere e saldare. C’è tutta una ricerca sui materiali che ha consentito di scoprire ad esempio che il Titanio, durissimo, fortissimo, soffre il calore delle saldature, quindi T°RED, per mantenere intatte le caratteristiche del materiale, ha studiato una tipologia di saldature che non altera la struttura dei materiali. Qua siamo a livelli di altissima eccellenza. L’elenco di ciclisti professionisti, che sono andati da T°RED per farsi realizzare la propria bici ideale che potesse rispondere ad una serie di caratteristiche specifiche è molto lungo, nel loro sito li potete trovare.

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Ora sapete anche che io adoro l’acciaio e ci pedalo anche molto volentieri, provate ad immaginare la mia faccia quando ho sollevato una loro bici in acciaio, la Aracnide nello specifico, abituato ad andare in giro con la mia bici in di fine anni ottanta. Sono rimasto sbalordito. Non solo perché quasi la proiettavo in aria per quanto fosse così leggera, ma perché i ragazzi di Desenzano del Garda sono riusciti a realizzare un prodotto che in termini di peso, se la gioca con le bici in carbonio più leggere presenti sul mercato, ma con la peculiarità che le loro bici sono realizzate per permettere di esprimere al meglio la potenza generata dal proprio corpo e tradurla in velocità. Capite ora la scelta di aprire solo negozi monomarca, il contenuto è talmente sartoriale e tecnologico che non può esserci paragoni. Provate ad indossare una camicia confezionata standard e a farvene realizzare una su misura, cominciando proprio dalla scelta dei materiali. La differenza è abissale.

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Andiamo allo store: accogliente, con molte bici a disposizione ai test, due vetrine al piano terreno e un piano -1 che sarà presto destinato a spazio eventi.

Pian piano che Luca con pazienza mi racconta, il mio interesse cresce e la smania di pedalare prende il sopravvento, in un attimo siamo già d’accordo e l’indomani ci troveremo per pedalare assieme, così potrò finalmente provare la Aracnide Acciaio, test che presto troverete on line del quale gira già una preview.

Se siete come me feticisti dei materiali come acciaio e titanio, amanti dei dettagli e vi piacciono le bici, andate a fare un giro nel Concept Bike Store di T°RED.

 

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Stay tuned.

IronMario

 

 

Contest con quattro pettorali in palio!

Grazie alla collaborazione con l’Organizzazione della GranFondo Firenze De Rosa, abbiamo a disposizione 4 pettorali per la partecipazione alla splendida manifestazione che Avrà luogo il 14 Aprile.
Come?
Contest sulla massima distanza percorsa nel mese di Marzo solo su in outdoor.
Scadenza 31/03/19
Iscrizione sulla pagina Facebook IRONMARIO.
Cliccare “partecipo” all’evento.
Condividere tutte le ride di marzo usando gli hashtag ufficiali:
#derosagrandfondofirenze #gfi2019 #ridethroughhistroy

#IronMario #IRM #ironcontest

Saranno prese in considerazione solo ride in outdoor documentate con Strava.
Iscriversi la ClubStrava Ironclub.
Le prime due donne e i primi due uomini che realizzeranno la massima distanza percorsa in bici in outdoor, avranno diritto al solo pettorale per la partecipazione alla gara.
Restano a carico dei partecipanti trasporti e iscrizione giornaliera con visita medica in caso di mancata di tessera dedicata.

Buone Pedalate!

IronMario

Life Style, che trascinatore!

L’hanno capito in tanti, ed è una costante in continua crescita, è il settore “Life Style” che adesso trascina il “Performance” nei numeri di vendita.

Non sarà mica a caso che aziende del calibro di Adidas Orignals x Size? x Colnago, uniscano le forze per un progetto comune.

“Colnago, il produttore italiano di biciclette da corsa, ha siglato una triplice collaborazione con Adidas Originals e size?. Il marchio noto per le biciclette da corsa di alta gamma si unisce ai pionieri dello sportswear, in riconoscimento delle loro comuni origini e della loro incessante ricerca dell’innovazione.” Comunicato Stampa.

Il progetto prevede il lancio di un telaio Master in edizione limitata di soli 105 esemplari. Un intramontabile gioiello di stile senza tempo con le sue tubazioni in acciaio a forma stellare trafilate a freddo e l’inconfondibile forcella precisa.Colnago MASTER ADIDAS particolare 8Colnago MASTER ADIDAS particolare 2

Il progetto, inoltre, prevede il lancio di due silhouette dagli stili diversi. Le Kamanda– un esperimento di design ispirato agli stili preferiti dagli appassionati di calcio degli anni ’80 – e le Trimm Star, uscite nel 1985 come scarpe da allenamento leggere.DSC02940

Entrambe le scarpe sono rifinite in pelle italiana Pellegrini. La suola delle Trimm Star è realizzata in gomma riciclata per imitare le gomme di una classica bici da corsa anni ’70. La rifinitura metalizzata presente sulle strisce e sul tallone si ispira alle linee rosse della Colnago Master di Giuseppe Saronni, tipiche della classica verniciatura Colnago. La futuristica e trasparente suola della Kamanda mostra l’effetto fibra di carbonio che caratterizza le moderne biciclette Colnago, mentre la tomaia è rifinita in pelle scamosciata premium.AdidasColnago_Finals 10 copyAdidasColnago_Finals 7 copyAdidasColnago_Finals 12 copy_DSC4536

Il visionario tedesco Adolf Dassler lanciò Adidas nel 1949 e avviò il suo impero realizzando scarpe nella lavanderia della madre a Herzogenaurach. Da lì, è partita la spinta e la motivazione a innovare il settore e il design di scarpe sportive che ha portato Adidas ad essere un marchio di abbigliamento sportivo globale come è oggi.

Appena 5 anni dopo, nel 1954, Colnago fu fondata dall’imprenditore Ernesto Colnago. L’azienda italiana è diventata sinonimo di qualità e stile sobrio, lasciando un segno significativo nel design e nella storia dell’ingegneria italiana. Colnago ha così intrapreso una personale missione: voler creare “solo cose belle”.

Sia Dassler che Colnago hanno fatto affidamento all’innovazione dei prodotti, sulle sponsorizzazioni con i loro migliori atleti e le loro nazioni per portare nelle case degli appassionati il loro messaggio. Anche se focalizzati su categorie decisamente diverse, i valori di entrambi gli imprenditori sono strettamente correlati. Classicismo e innovazione sono le caratteristiche che hanno portato Adolf ed Ernesto dove sono ora.

La collezione Adidas Originals x size? x Colnago sarà disponibile sul sito e nei negozi size? dal 29 dicembre.

Trimm Star: 110,00 €

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Kamanda: 150,00 €

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Sarà l’acciaio che adoro, sarà il gusto per il vintage o l’estremo moderno, ma questa cosa mi piace molto avanti così!

IronMario

 

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Losa Aero 18, tradizione, passione e innovazione.

Losa Aero18. 

Mossi dalla passione siamo in grado di fare cose incredibili.

Senza andare troppo lontano e scomodare personaggi come Cristoforo Colombo o gli eroi del passato che hanno cambiato il corso della vita, ci sono eroi di tutti i giorni che con le loro mani, sanno creare e realizzare cose semplici. Cose semplici, ma uniche nella loro semplicità.

Questo è il caso di Vanni Losa, artigiano della bicicletta, dalle mani d’oro. Dalla sua officina sono usciti telai in acciaio di fattura unica, precisi nelle saldature che poi venivano verniciati e “brandizzati” con i nomi di molti marchi blasonati.

Tutto questo è andato avanti fino a quando nel 2008 un grave infortunio ha fatto cessare l’attività del Sig. Losa.  Nel 2016 Il figlio, l’Ing. Massimiliano Losa, mosso dalla passione che da sempre lo lega alle bici, decide di riaprire l’Azienda e comincia a far progettare e costruire telai in Carbonio, mantenendo quella filosofia che da sempre ha contraddistinto il Marchio. In questi due anni sono stati realizzati molti modelli e io ho avuto l’opportunità di provare l’Aero 18.

La Losa Aero 18 un pò come tutte le bici Losa è stata concepita dando priorità alle geometrie.

 

LOSA AERO18

COME VA.

La Losa Aero 18 è una bici Full Carbon in carbonio Torayca T800 misto T1000. Bici aero rigida e molto reattiva, si guida molto bene e in discesa è precisa come una spada. Nonostante la rigidità del telaio sembra realizzata per chi deve macinare chilometri. La leggerezza del telaio, circa 1,5 kg compreso di forcella e reggisella grezzi, la rendono adatta anche a percorsi con salite. La Losa Areo 18 evidentemente dà il suo meglio nei percorsi pianeggianti ed ondulati. È la bici ideale per chi fa Triathlon, sopratutto nelle distanze sprint e olimpico. I cavi sono tutti integrati, tranne il freno anteriore, questa pulizia esalta le linee e la bellezza del telaio, mentre nella versione AERO18D con i freni a disco, non c’è un cavo esposto.

Aero 18

Alla guida sembra quasi una bici da pista, l’impostazione è fantastica e il comfort di marcia notevole. Veloce e rapida nei cambi di direzione è molto divertente nei percorsi misti dove, se a guidare la Aero 18 è un rider con un pò di manico, la bici fa la differenza.

Le linee della Aero 18 esprimono dinamicità anche da ferma.

La versione da me testata montava un gruppo Shimano Ultegra 11V e delle Ruote Cosmic Pro Carbon. Montaggio e qualità eccellenti, come sempre sono i dettagli ad emergere.

Con la Losa Aero18 mi sono divertito molto, sarei curioso di provare la versione Disc e non escludo di fare un test. E voi, volete provarla? Scrivetemi e vedrò di accontentarvi magari per un’uscita assieme. Per tutte le altre info http://www.telailosa.com

Vi aspetto per il prossimo Ride Test.

                                    IronMario

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Riccardo va #Sub10

In genere nei concerti importanti, c’è sempre una band di apertura, che scalda il pubblico, in attesa dell’artista o del gruppo principale, quello serio, quello che “spacca”. Ecco considerate il mio racconto dell’IRONMAN ITALY 1 e INM ITL 2, solo l’apertura al pezzo forte. Avevamo già scritto della sua gara di solidarietà e lo conoscete benissimo.

Ladies and Gentleman Riccardo!

 

 “Nipotino ricorda, l’IRONMAN inizia dopo la Mezza…”. Alcune frasi rimangono scolpite nella tua mente, anche se lì per lì non vi presti molta attenzione. In fondo prima devo pensare a uscire dall’acqua, poi 180 km di bici sono tanti, e quindi di cosa succederà dopo la Mezza me ne preoccuperei a tempo debito!

In fin dei conti, anche se non è scontato arrivarci, i miei compagni di molte avventure avevano ragione. Il giro di boa è proprio alla Mezza, dopo circa 205 km di gara. Per questo per raccontare la mia Cervia ho deciso di partire proprio dal 20esimo km.

Mi gira la testa. Fin qui non avevo avuto sentore di nulla. Gambe buone, stomaco a posto, fatica sotto controllo. Sono sul rettilineo dell’Hotel, dove il tifo è veramente spettacolare. Mi “confido” con mio fratello dicendogli che ho un problema. “Stai andando bene, non mollare vai vai!”.

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Sinceramente la parola mollare non mi passa per la testa, sono concentrato sulla mia corsa e attendo il prossimo ristoro. Mi fermo per bere, far scendere un po’ i battiti, mangiare della frutta. Non avrei voluto fermarmi ma ero pronto all’eventualità. Riprendo e le gambe sono sempre buone, fatico a rientrare in gara con la testa, l’unico pensiero è il ristoro successivo. Per tutto il terzo giro cammino per bere e alimentarmi e poi riprendo a correre. Le pause dalla corsa sono sempre più lunghe.

Prima del giro di boa, nel momento di massima concentrazione avevo urlato a mio fratello di dirmi il parziale di uscita dalla T2: “6 ore e 22. 6 ore e 22!”. Vuol dire dover correre la maratona in circa 3h38 e fino al giro di boa avevo mantenuto un buon passo.

Quasi alla fine del terzo giro sono nuovamente sul rettilineo dell’Hotel, vicino al 30esimo. Mio fratello ha capito che è importante tenermi aggiornato e motivato e mi urla che “Abbiamo 7 minuti di margine secondo la proiezione dell’app!”.

Per un paio di km resto impegnato nel fare i conti. 10km al passo medio più 7 minuti mi proiettano all’ora in cui dovrei arrivare. Cerco nell’ora solare un appiglio sicuro per non dover fare più calcoli fino all’arrivo. Troppo impegnativo.

31esimo km circa, ristoro e pausa. Più lunga del giro precedente. Riparto. Corro bene in fondo, davanti a me c’è Mario che sta costruendo il suo capolavoro. Lo passo poco prima del ristoro successivo e, con la classica goliardia su cui si basa la nostra amicizia, lo invito a prendere qualcosa da bere insieme, “…vieni che offro io zio!”.

33esimo km circa, ristoro e pausa. Più lunga del giro precedente. Avrò perso almeno un minuto del margine di mio fratello in precedenza, ne sto perdendo di più ora. Non sto male, penso ancora di farcela, ma faccio fatica a non cedere alla tentazione di rallentare ai ristori. In fondo non si sta male dopo il ristoro, con le mani piene di roba da bere e mangiare. “Cazzo corri, corri! Sotto le 10 ore zio, devi correre!”.

E’ Mario, in fondo lo aspettavo, lo avevo passato qualche centinaio di metri prima e lo aspettavo. Sapevo sarebbe arrivato. Non mi volto, mai voltarsi dicono, lui continua a incitarmi poco più indietro. Tiro su la testa e urlo “Sto gestendo, vai tranquillo. Sto gestendo e sono in linea per farcela…”.

Riparto, e mi sento diverso. Sembra sia tutto passato. Corro bene, quasi come i primi km. Poco prima del 35esimo incrocio nuovamente Mario, basta uno sguardo e capisco che mi sta dicendo “E’ cosi che devi correre, lo sapevo che ne avevi, ora non fermarti più…”.

Penso ancora ai ristori successivi ma anche che l’obiettivo sia vicino. Possono raggiungerlo o può sfuggirmi per poco. Terzultimo ristoro, prendo da bere al volo. Acqua, Coca e di nuovo acqua e continuo a correre. Ho mal di gambe ma sto correndo nuovamente da qualche km senza interruzioni.

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Penultimo ristoro, mancano poco più di cinque km. Prendo giusto dell’acqua, quasi non rallento e decido di tenermi il jolly per l’ultimo. Non sto correndo male, in fondo è il passo che speravo di avere verso la fine della gara.

Mi accorgo di aver superato il momento di difficoltà, quel momento che sai che potrà arrivare ma che a volte ti crei anche da solo. Mi sento forte, sto accelerando. A ogni km il lap del Garmin mi segna 5 o più secondi meno di quello precedente.

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Sono sul rettilineo dell’Hotel per l’ultima volta. Non mi aspetto di vedere facce conosciute perché dovrebbero essere all’arrivo ad aspettarmi. Continuo a correre forte, l’ultimo ristoro non la guardo neanche. Sto correndo come il primo km, come prima del giro di boa, quando ero partito ovviamente forte sull’onda dell’adrenalinica uscita dalla T2.

In fondo al rettilineo li vedo e li sento. Mio padre e mio fratello sono li, hanno fatto i calcoli e sanno che da li potranno dirigersi verso il traguardo per tempo. Arrivo di buon passo, giro intorno ai birilli, sento il bip del chip e riparto quasi da fermo come una molla.

Non sento più nulla. Le gambe girano da sole e non fanno più male. Non guardo il Garmin, ormai mi conosco bene e so quanto sto correndo. Per sicurezza un occhio glielo do vicino al 40esimo km, vedo 4’25”. Mi viene da ridere, una risata che ha quasi del diabolico, di quelle che vengono da dentro.

Non sento più nulla. Intorno a me c’è quasi silenzio, sento solo le mie emozioni. Sono un vulcano. Non so il tempo di gara totale e non sto facendo più calcoli. Per come sto correndo so di esserci riuscito e quasi mi commuovo. Per molti è solo una gara, per molti altri il tempo non conta, per me è semplicemente questione di dimostrare a me stesso di essere stato la mia miglior versione.

Manca meno di un km, davanti a me in lontananza c’è un altro atleta. Mi rendo conto che gli arriverò vicino ma anche che per superarlo dovrei accelerare. Non ne ho voglia ma non ho neanche voglia di rallentare troppo. Arrivo poco dietro di lui, le foto migliori me le brucio, ma in ogni caso sono ancora disconnesso. Tutte le esultanze che mi ero pregustato non le accenno nemmeno, esulto dentro di me.

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Finish line. Fermo il Garmin. Respiro con le mani sulle ginocchia. Faccio qualche passo. Respiro con le mani sulle ginocchia. Una bambina mi strappa un sorriso e mi mette al collo la medaglia. Sento voci familiari: papà, Fede, Luca e Miriam. Mi appoggio sulla transenna, batto loro il cinque, gli dico che alla fine correvo forte e…mio fratello mi mette davanti agli occhi il suo cellulare con su la mia faccia e un 9h54’ scritto in rosso.

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Mi lascio andare con la testa tra le braccia, sulla transenna. Il tutto dura qualche secondo ma è bellissimo, mi metto gli occhiali per nascondere l’emozione, ridò il cinque a tutti e ancora non comprendo che giornata pazzesca stia vivendo.

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Che botta di adrenalina leggere il tuo racconto Ricky, hai fatto una roba pazzesca ma sicuramente alla tua portata. Sono sicuro che hai già in mente il prossimo obiettivo. Per me già incontrarti due volte sul tracciato di gara tanta roba. Sei sempre un riferimento. Noi ti aspettiamo con altre sfide e altri tempi stratosferici.

IronMario

Linus e Deejay Ten, Intervista Esclusiva.

Manca poco alla Deejay Ten 2018. Ho chiesto a Linus come ci si sente ad essere l’artefice di moltissimi esordi sportivi.

Foto e copertina di Alessandro Vona.

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Anche io ho esordito come runner alla Deejay Ten. Il ricordo che ho della mia prima Deejay Ten, è quello di una festa, di una corsa spensierata con gli amici fra le vie di Milano. Da lì in poi i passi successivi sono stati tanti e questo blog ne è la testimonianza. Ho chiesto a Linus, come ci si sente ad essere l’artefice di moltissimi esordi sportivi e molto altro. Buona lettura.

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M.
Sono passate molte edizioni dalla prima Deejay Ten Milano. Negli anni sono cambiati il percorso e gli sponsor, ma immutato è rimasto lo spirito di questa gara. Come si fà a mantenere integra l’essenza di un evento che nel corso degli anni inevitabilmente subisce dei cambiamenti?
L.
Sono cambiate tante cose in questi 14 anni (percorso e numero dei partecipanti, per esempio) ma siamo sempre gli stessi a gestire il tutto, e abbiamo sempre ben chiaro il concept, che è quello di un evento che faccia tornare a casa la gente col sorriso. E quindi deve essere bella ma soprattutto bene organizzata. E su questo credo nessuno possa competere, almeno qui in Italia. 
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La Deejay Ten per molti runners, rappresenta la prima gara di corsa della vita, lo è stato anche per me. Molti iniziano a correre in vacanza o subito dopo e inevitabilmente la Deejay Ten diventa il primo obiettivo stagionale, creando così, con i neofiti, un legame indissolubile. E’ stata una cosa pensata posizionare la data dell’evento ad ottobre oppure il tutto è avvenuto per caso?
No, la scelta del periodo è proprio legata a questo legame inevitabile tra la scoperta della corsa durante le vacanze e la messa in pratica una volta tornati in città. Aggiungo che l’inizio dell’autunno è per tutti il periodo più bello per correre.
Come ci si sente ad aver dato i “natali sportivi” a moltissimi atleti che, come me, non solo sono andati avanti con la corsa, ma hanno seguito un’evoluzione che li ha portati a raggiungere traguardi diversi e ben più duri.
Io quest’anno ad esempio ho tagliato il traguardo del mio primo IRONMAN e non ti nego che dentro c’è un po’ di Deejay Ten, Aldo Rock e Linus.
E’ quello che si chiama circolo virtuoso, io ho iniziato “per colpa” di Aldo, tanti (come te) hanno iniziato per colpa mia. E’ un contagio “buono”, basato sull’entusiasmo di chi te ne parla. Quindi ne sono felice, molto.
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Sembra che tutto quello che ruoti attorno alla Deejay Ten, abbia lo scopo di promuovere lo sport. Nel 2016 mentre giravo con mia figlia, di poco più di tre anni, per il Deejay Village, mi è capitato di partecipare ad un Contest in uno stand, ed essere scelto come Ambassador per gareggiare alla London Virgin Marathon. Promuovere lo sport è una cosa che chiedete in qualche modo ai vostri sponsor, oltre alle classiche attività di marketing previste per loro?
A chi sposa la nostra causa chiediamo di essere coerente, in questo il messaggio della Deejay Ten è molto chiaro. Ed è quello di uno sport democratico, socializzante e sorridente.
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Parlavamo di evoluzione dei runners, pochi giorni fa si è conclusa la seconda edizione della Deejay 100, la gran fondo di ciclismo che ha visto numerosissimi partecipanti e un bel successo per la manifestazione. La Deejay 100, assieme alla Deejay Tri e alle varie Deejay Ten, ormai sono diventati dei capisaldi nei calendari delle manifestazioni nazionali. Quale sarà la trasformazione, ci saranno altre nuove manifestazioni, dobbiamo aspettarci anche una Deejay Trail o Obstacole Race?
No, no, tranquilli, al momento dovrebbero essere sufficienti quelle che organizziamo. Oddio, prima o poi mi toccherà mettere in piedi una Deejay Dog, vista la presenza invadente del mio cane nella mia vita (e quindi anche in quella degli ascoltatori) o un bel Golf Like a Deejay, che magari mi aiuta a conservarmi un po’ meglio.
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Parlando di “spirito sportivo”. Ho avuto la fortuna di correre all’estero e ho notato uno spirito differente rispetto a quello che vedo a Milano, nelle persone e nei quartieri che vengono interessati dalla manifestazioni sportive. Sembra che all’estero sia l’occasione per fare festa, scendere in strada e partecipare, in qualche modo è visto come un’opportunità. A Milano invece, sembra quasi che si dia fastidio. Lasciando da parte le polemiche, quale potrebbe essere, a parer tuo, la chiave di volta per far cambiare questo meccanismo?
I due grossi problemi delle corse in città (in particolare a Milano) sono la comunicazione e l’affollamento. Troppo spesso manca un po’ d’informazione, ma soprattutto ci sono troppe corse sugli stessi percorsi. A New York solo la Maratona occupa una parte delle strade cittadine, la Mezza Maratona parte alle sette di mattina e le altre sono tutte dentro il perimetro di Central Park.
Qualche anno fa c’è stata la scelta di non fare più la competitiva. È stata una scelta dettata dal numero sempre crescente di partecipanti o semplicemente non si sposava più con lo spirito della manifestazione?
Diciamo che c’era troppa distanza tra i cento duri e puri super competitivi e super cavillosi e gli altri trentamila. A noi piace l’idea di una festa, se lo scopo è fare il tempo o vincere un prosciutto ci sono mille altre gare.
Cosa diresti a chi non ha mai provato l’adrenalina di partecipare ad una gara, pur avendone le possibilità fisiche, per invogliarlo a correre?
Che non c’è occasione migliore della Deejay Ten. A volte mettersi un numero sulla maglietta sembra sottintendere chissà quale aspettativa, ma qui nessuno vi guarderà male se non volate come un keniano.
Lo sport per Linus, dal punto di vista personale, cosa rappresenta?
La cosa più mia in assoluto. Di quello che faccio correndo, pedalando o nuotando sono responsabile solo io. In più è una dimensione parallela e alternativa in cui a volte mi trovo proprio a rifugiarmi. E’ il collegamento con il mio IO più profondo.
Mi piacerebbe in qualche modo ricambiare la spinta motivazionale che ci dai con le manifestazioni, con i programmi e gli argomenti che tratti alla radio. Da moltissimi anni, corri, pedali e nuoti. Lo sport è parte della tua vita. Cosa può fare “IronMario” per farti esordire in un triathlon?
Ci sono andato vicino un sacco di volte, all’inizio il limite era l’acqua, poi ho risolto i problemi col nuoto e sono cominciati quelli con la corsa. Ora sto abbastanza bene, ma sono troppo vecchio…
Caro Linus,
anche Charles Bukowski, pur avendo pubblicato racconti e articoli in varie riviste letterarie durante la sua vita, ha pubblicato il suo primo romanzo “Post Office” all’età di cinquantuno anni. Quindi, quando e se deciderai di esordire in un gara di Triathlon di qualunque distanza, faccelo sapere perché io ci sarò!
Grazie per l’estrema disponibilità, ci vediamo alla partenza!
IronLinus 8_alta

IronMario