Mete alternative dove pedalare ed allenarsi in inverno: ISRAELE di Matteo Fontana

Pedalare d’inverno è fondamentale, per mettere su chilometri e per preparare al meglio il periodo delle gare.

Abbiamo chiesto al nostro amico ed inviato speciale, nonché Triatleta PRO Matteo Fontana, di raccontarci la sua esperienza in Israele.

In inverno è consuetudine ormai per noi atleti europei trascorrere alcuni giorni in località dal clima mite per macinare chilometri, soprattutto in bici, in vista dell’imminente stagione agonistica. Negli ultimi anni questa pratica non è riservata solo agli atleti d’elite, i così detti professionisti, ma prende sempre più piede anche tra gli amatori, indipendentemente dal livello prestativo.

Tra le mete preferite troviamo le isole spagnole, Maiorca e Lanzarote in primis. Queste isole offrono un clima molto buono e percorsi ideali per allenarsi. Le strutture attrezzate ad accogliere gli atleti sono molte, oltre ai pacchetti studiati appositamente, offrono servizi come piste d’atletica e piscina da 50mt nelle vicinanze o addirittura all’interno delle strutture stesse.

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Quest’anno però noi abbiamo voluto intraprendere una scelta alternativa.

Una scelta che ci ha permesso di unire l’allenamento con l’avventura e scoprire una cultura affascinante. Un mix speciale tra fatica fisica, conoscenza e crescita personale: ISRAELE.

Certo, quando è saltata fuori l’idea: “andiamo ad allenarci in Israele” tra Tel-Aviv, il Mar Morto e Gerusalemme la totalità dei nostri interlocutori non ha potuto fare a meno di dire, a torto o a ragione lo scopriremo dopo, frasi del tipo:  “stai attento!”, “ma chi te lo fa fare”, “pedalare in Israele? Voi siete pazzi!” ecc.

Israele è un paese del vicino oriente che si affaccia sul Mar Mediterraneo, distante sole 4 ore di volo da Milano.

Il territorio è prevalentemente desertico e arido. Non immaginiamoci però il tipico deserto di sabbia e dune. La zona da noi “pedalata” infatti, il Negev sito a sud del paese, presenta un continuo susseguirsi di montagne rocciose e caratteristici crateri erosivi che ricordano tanto i canyon della death valley.  

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Il clima invernale è perfetto per allenarsi. La temperatura media durante il giorno oscilla tra i 18 e i 25 gradi. L’umidità è inesistente e il vento, sempre presente, garantisce quasi sempre belle giornate soleggiate. Anche quando piove, comunque, le precipitazioni non durano più di un paio d’ore.

Non faccio in tempo ad arrivare al check-in che un addetto di ElAl, la compagnia di bandiera Israeliana, mi sottopone ad una sorta di interrogatorio. Il giovane ragazzo con infinita gentilezza cerca di recepire più informazioni possibile sul mio conto, dai semplici dati anagrafici a domande specifiche sul motivo del mio viaggio in Israele.  Per loro pura formalità per noi, non abituati a certe procedure, la cosa appare un poco inusuale.

Finite le questioni burocratiche, arrivati in Israele, ci si immerge in una realtà totalmente diversa rispetto a quella che una persona si prepara ad affrontare. L’atmosfera è molto simile a quella che si respira in una qualsiasi città europea e all’aeroporto la presenza di forze dell’ordine è minore, forse meglio camuffata, rispetto a quanto visto ad esempio a Malpensa.

Foto2Foto by Sjiors Beukeboom

La popolazione locale è composta da etnie e religioni molto diverse. Dagli ebrei ortodossi, passando per i cattolici e arrivando ai musulmani. Nonostante le grandi differenze, la vita ai nostri occhi procede in armonia. Anche a Gerusalemme, dove in pochi minuti puoi passare da un quartiere musulmano ad uno ebraico ortodosso, non si percepiscono tensioni, nonostante la massiccia presenza di forze dell’ordine.

Lasciate da parte le questioni religiose e culturali, la popolazione israeliana è davvero una piacevole sorpresa. Ospitalità, cordialità e propensione al confronto sono capisaldi qui. È facile, durante una pedalata, trovare un ciclista, fermarsi a scambiare qualche parola e finire così a “perdere” parecchi minuti, intrigati dai racconti locali.

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Foto by Sjiors Beukeboom

Il deserto, tra Tel-Aviv e il Mar Morto, offre interminabili rettilinei nella tranquillità più assoluta. Poche le macchine che percorrono queste strade, per lo più si incrociano pullman di turisti o tir che trasportano merce di vario genere. La larghezza delle sedi stradali però non mette mai in difficoltà ne i ciclisti, ne gli automobilisti. Nel deserto c’è spazio per tutti.

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Durante la nostra permanenza abbiamo avuto la possibilità di scoprire alcuni percorsi di allenamento coi ragazzi della Cycling Accademy. Un giovane progetto totalmente israeliano che si prefigge come obiettivo quello di portare un team ciclistico nel circuito Pro Tour (il circuito di gare ciclistiche più importante, ne fanno parte le classiche del nord, il Giro d’Italia e il Tour De France).

Pedalando coi giovani ragazzi, tutti tra i 18 e i 24, scopriamo che qui è possibile pedalare sia per interminabili larghi rettilinei con la sola compagnia del vento (ottimi per l’allenamento dei triatleti, con tanto di bici da cronometro) sia, inoltrandosi verso gli altipiani rocciosi, scalare salite solo in apparenza gentili. Infatti, grazie alla larghezza della sede stradale, le salite qui in Israele sembrano sempre più facili di quanto in realtà siano.

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Il sabato siamo stati invitati, dall’organizzatore della competizione, a partecipare alla Gran Fonde del Mar Morto, tappa conclusiva della tre giorni denominata Tour of Arad. È stata occasione per provare sulla nostra pelle la difficoltà del competere nel deserto. Il percorso prevedeva inizialmente 60km circa di strada prevalentemente pianeggiante. Sulla carta solo un “trasferimento” verso la seconda parte del percorso invece, grazie al costante ma non fastidioso vento, si è rivelata più dura del previsto, contribuendo da subito a “spezzare” il gruppo dei partecipanti.

Passati i primi 60km, svoltando a destra, ci siamo diretti verso i canyon interni della regione del Negev.  Dopo una decina di chilometri, stupiti, vediamo di fronte a noi una ripida salita con un’infinità di tornanti. Il Passo dello Scorpione ci attende. Salita inusuale per il contesto desertico, sembra quasi di essere sulle dolomiti: strada stretta, pendenze proibitive e tornanti secchi. Dopo 4km circa la parte dura della salita termina, si procede per una decina di km con un continuo sali scendi (più sali, complice anche il continuo vento…). La Gran Fondo finisce ad Arad, dopo circa 155km di duro percorso in mezzo al deserto, contesto eccezionale e raro “da pedalare”.

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Che dire, non sarà una meta usuale, non sarà la destinazione più facile da raggiungere, ma è sicuramente la meta più emozionante e interessante per una vacanza all’insegna dell’allenamento. In Israele non alleni solo il corpo, di “materiale” dove allenarlo come avete potuto notare ce n’è parecchio, ma alleni anche la mente. Fare fatica in un contesto storico, politico e geografico così importante ti riempie di energia e ti aiuta a crescere, come atleta e come uomo.

Matteo Fontana

Grazie Matteo per aver condiviso con noi questa splendida esperienza, di sicuro meno comoda e meno snob rispetto alle classiche mete usuali. Emerge subito l’essenza di questa trasferta. Una lingua di asfalto in salita, il sole, le rocce, il sudore e la fatica dell’allanamento…

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E voi avete una foto particolare che racchiuda in se la fatica, il contatto con la natura dei vostri allenamenti? mandatecela a info@ironmario.com, le pubblicheremo in un articolo dedicato.

Sempre a tutta!

IronMario