IRONMARIO: Andora Race Triathlon Sprint, Missione compiuta. (2ª parte)

Andora Race Triathlon Sprint
Missione compiuta! (2ª parte)

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Sono quasi le 13 e sono passate un paio d’ore dal pranzo. Decido insieme all’amico Albero Boni dei TriRoad di andare a testare l’acqua. Muta Zoot, occhialini, cuffie e via. Facciamo un warmup di circa 400mt le impressioni sono buone, non ci sono onde e anche se l’acqua è molto fredda penso di poter fare una buona prima frazione.

Il briefing gara è previsto per le 13,45 la tensione sale.
La prima batteria a partire alle ore 14,00 è quella delle donne seguita subito dagli Atleti del Paratriathlon “EROI”.

Poi ogni 2 minuti seguono 5 batterie di uomini.
Io sono nella quarta batteria.
Ogni batteria viene indirizzata e raggruppata in una zona della spiaggia, c’è silenzio fra gli atleti l’aria che si respira è carica di tensione ed aspettative, gli altoparlanti diffondono musica che fa salire i battiti.
Devo darmi una calmata o non arriverò alla prima boa. Lo speaker comincia il count down, la sirena suona.
Inizia la gara delle ragazze.

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Otto minuti dopo è già il mio turno, non riesco più a distinguere nitidamente quello che si dice attorno, sono un automa, tolgono il nastro della zona di attesa e mi proietto in avanti, sono nelle prima fila del mio blocco, davanti a me il mare, cerco di focalizzare la boa.
Quando viene dato lo start scatto incurante dei sassi nel bagnasciuga e degli altri atleti, pulsazioni a mille e respiro affannoso. Ero consapevole che ci sarebbe stato contatto in acqua, ero preparato, non mi sono mai tirato indietro quando c’era da menare, infatti da questo punto di vista non ho particolari sorprese, le sorprese arrivano dal mare.

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È più freddo e c’è un’onda che arriva da sinistra, immaginate di nuotare verso le ore 12 dell’orologio, la corrente e le onde arrivano dalle ore 10 e 11 impedendovi di visualizzare bene la boa. Faccio fatica, tanta fatica, non riesco a trovare il ritmo della nuotata devo alternarla fra stile e rana, intanto il salvataggio interviene almeno un paio di volte, per recuperare atleti che non ce la fanno.
Insisto devo farcela la prima boa è vicina, vado per la mia strada, un paio di atleti si mettono di fianco a me, nuotare con un riferimento accanto può essere utile, ma uno dei due mi sta troppo vicino e questo mi distrae, non perdo la calma “dolcemente” lo sposto e riprendo a nuotare e bere. Cazzo se ho bevuto, come un alpino.

La prima boa è arrivata, la corrente ha spinto tutti verso l’interno del campo di gara io per fortuna sono all’esterno ma l’imbuto è inevitabile. Avete mai visto i tonni nelle tonnare?
Ecco la prima boa è stato un disastro di botte, acqua bevuta, gente che si nuotava addosso.
Noto che sotto la prima boa ci sono i sommozzatori della guardia costiera, dai che sta andando bene qualche calcio e botta ma sto girando, quando improvvisamente sento che mi afferrano e tirano per una caviglia. Cambio subito stile passo subito a rana e involontariamente consegno il mio piede sul viso del proprietario della mano che lo reclamava. All’istante sono libero mi divincolo e riprendo a stile.

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Mi tranquillizzo la prima boa è andata manca metà percorso il gruppo si sgrana velocemente arrivo alla seconda boa, adesso sono più fiducioso vedo la spiaggia e quando i miei piedi toccano la sabbia tiro un gran sospiro di sollievo per averla scampata.

Non c’è tempo per rallegrarsi ed inizio a togliere la muta. Mi aspetta la frazione in bici e devo recuperare il tempo perso.

La transizione vola via bene riesco a togliermi la muta senza perder troppo tempo, allaccio il casco, indosso il numero mettendolo in modo che sia visibile sulla schiena e dopo aver inforcato gli occhiali prendo la bici e comincio a correre scalzo sul tappeto che mi porta fuori dalla zona di cambio fino al giudice di gara.
E’ da lì che posso saltare in sella e cominciare a pedalare con i piede sopra le scarpette. Non l’avevo mai provato prima è andata bene la transizione superata. Una piccola rampa e riesco ad infilare le scarpette e pedalare sul serio.

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Purtroppo i primi 11 km non trovo dei veri compagni con i quali poter fare un ritmo serio, devo fare tutto da solo, trovo il tempo per mangiare una barretta e bere prima del giro di boa che sancisce la fine del falso piano in salita e vedo passare Alessia De Giglio.

La incito. Ho fiato per urlare. Buon segno.
Giro di boa e in discesa cambia la musica. Metto su il rapporto piccolo, quello più duro per intenderci, e comincio a spingere sui quadricipiti.
In un attimo passo dai 24/25 km/h a 38/45 km/h e recupero bene, ne sorpasso parecchi e mi attacco ad un trenino che ha il mio stesso ritmo. Incontro Marco Rizzi e gli dico di agganciarsi al mio treno.
Non si fa pregare e mi segue a ruota.
C’è un ultimo strappo in salita e poi giù sotto un ponte arriviamo al cambio. In contemporanea riesco a tirare fuori i piedi dalle scarpette e correre per posare la bici senza spalmarmi a terra.
Bici posata. Via il casco e gli occhiali.
Scalzo metto su le mie “Zoot Del Mar” e giro il numero.

Via per gli ultimi 5km di corsa.
Dopo pochi minuti vedo e raggiungo gli amici TriRoad: Alberto Boni e Mario Maitilasso. Sono leggermente più veloce e decido di andare. A metá del primo giro becco pure Marco Rizzi e corriamo un po’ assieme, ma sento di andare sotto ritmo e quindi decido anche qui di andare.
Il primo giro passa bene ed il secondo è di assestamento. Sono affaticato, ma pensavo peggio.
Quando sono a circa 400 metri dall’arrivo sento un respiro che mi arriva alle spalle è Marco Rizzi che si è rifatto sotto alla grandissima e visto che non sono per niente agonista decido di alzare il ritmo. Entriamo nel rettilineo che porta all’arrivo spalla a spalla. È bagarre.

Io sono specialista degli arrivi in volata e spingo a fondo, ma Marco è uno che non molla, stringe i denti e mi sta incollato. Corriamo all’unisono.
Per arrivare davanti di qualche metro devo veramente dare fondo a tutto quello che ho. E’ stato un finale Sprint degno di questo Triathlon e Marco è stato un osso duro da battere.
Lo cerco all’arrivo lo abbraccio e lo ringrazio per aver messo il giusto pepe a questa gara che ricorderò.

Ce l’ho fatta ho concluso la mia prima gara di triathlon.
Da oggi posso considerarmi triathleta, ma c’è tanto da lavorare e non c’è da cullarsi troppo sugli allori.
L’olimpico no Draft di Candia Canavese è domenica 3 maggio.

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P.S.: Il viaggio di ritorno da Andora a Milano è stato fatto tutto con un sorriso ebete che non riuscivo a togliermi!

IRONMARIO: Andora Race Triathlon Sprint, Missione compiuta. (1ª parte)

Andora Race Triathlon Sprint
Missione compiuta! (1ª parte)

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Pensavo fosse quasi impossibile per uno come me, e invece eccomi qua a raccontarvi quanto è stata divertente la mia prima gara di Triathlon.
Ma procediamo con ordine.Immagine in linea 1Domenica 26 aprile 2015.
Decido di partire la mattina stessa della gara, potrebbe essere un azzardo, a me piace rischiare.

Sveglia alle 6,00 ci sono 2 ore e 30 minuti di auto e la 1°frazione parte alle ore 14,00, ma le cose da fare sono tante.
Ore 6,45 il tempo di fare colazione, caricare l’auto e sono in autostrada, si parte, destinazione Andora.
La sera prima ho messo in ordine in un contenitore di plastica trasparente tutto quello che mi sarebbe servito il giorno dopo in ordine di frazione, faccio mente locale: cambi, cibo, integratori, eventuali guai tecnici… ok c’è tutto!

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Ripenso alle ultime raccomandazioni del mio amico triathleta, che avrebbe dovuto so/supportarmi… che però all’ultimo mi ha paccato. Bastardo! Scherzo il motivo era più che valido e per certi versi è stato meglio così, sarà per la prossima volta!

Per tutto il viaggio sono sommerso dai messaggi di supporto che mi arrivano da ogni dove, mi emozionano tanto, decido di prendermi un caffè in autogrill per godermeli tutti.

VIDEO MAGISTER DAL BRASILE

Viaggiare da solo in auto con la musica giusta ha un gusto speciale, mi da una sensazione di pace interiore dal sapore introspettivo.
La strada scorre via veloce e mi rilasso.
Penso da dove sono partito, penso alla prima corsa con Ivano e quello che sono riuscito ad ottenere nel running, la mia prima maratona. Ora c’è il debutto nel triathlon. L’entusiasmo e la passione mi accompagneranno a Pescara. Ma è un’altra storia.

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Alle 9,00 sono già a destinazione.
Il tempo non promette nulla di buono. Speriamo bene e stiamo a vedere.
Dopo un piccolo giro di perlustrazione cerco un posteggio comodo per l’auto non lontano dalla zona di partenza e di cambio.

Le cose da fare sono parecchie:
Ritirare pacco gara con pettorale.
Vedere le griglie di partenza per la prima frazione.
Preparare il materiale per la frazione di bici e di corsa da consegnare in zona cambio/transizione che aprirà alle 11,30 e chiuderà alle 13,30.
Mangiare il giusto e per tempo, evitando così il rischio di dover essere recuperato in acqua.
Fare un tuffo in mare per avere conferma di quanto sia fredda e non avere sorprese dopo.

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Ritiro il pettorale, lo Staff è molto disponibile, vado a preparare la bici e il materiale da lasciare in zona cambio.
Sono le 10,45 ed il momento giusto per mangiare: il menù prevede grano integrale decorticato al pesto, d’altronde siamo in Liguria!

Espletata la pratica cibo sale la tensione.

Sono le 11,30 mi avvio in zona cambio, i giudici iniziano la fase di controllo, come da regolamento entro con il casco in testa allacciato e con l’essenziale da lasciare per la 2ª e 3ª frazione.
Cerco la mia postazione: 511z
Con me avevo:
– la bici con il suo numero e le scarpette allacciate ai pedali, l’elastico con il numero sul manubrio (andrà poi indossato) 1 barretta fissata sul tubo dritto, occhiali (altrimenti a 40km/h oltre a lacrimare ti si riempiono gli occhi di simpatici moscerini e affini) e 1 borraccia;
– le Zoot del mar per la frazione di corsa;
– un piccolo asciugamani per asciugarmi e pulire i piedi;
– cappellino e bottiglietta d’acqua (che poi non utilizzerò)
Va tutto posizionato non oltre la ruota anteriore della bici e sul lato destro.
Il necessario per la prima frazione muta Zoot Force1,  2 cuffie, gli occhialini e le ciabatte le ho lasciate fuori, a breve mi serviranno.

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Ora è veramente tutto pronto.
C’è giusto il tempo per fare qualche foto e stemperare la tensione con gli amici ritrovati e con quelli appena conosciuti, prima di tuffarsi in mare e per fortuna, nonostante le nuvole minacciose, non piove…

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to be continued…

TEST: ZOOT DEL MAR

TEST: ZOOT DEL MAR

Bella, reattiva e sorprendente.

ZOOT_M_Del_Mar_blutonium_spring_green_zoot_blue_S15La Zoot Del Mar è una scarpa da allenamento con una spiccata propensione alle gare.
La “Del Mar” prende il nome dalla bellissima spiaggia a nord di San Diego.

Scarpa neutra, morbida e confortevole con una vestibilità fantastica, sa unire la massima ammortizzazione ad un reattività che ha del sorprendente.

Tomaia: BareFit™ fodera interna con una maglia aperta fornisce comfort superiore e una vestibilità totale.
Soletta:  soletta Z-Bound™ per maggiore comfort interno e grande durabilità.
Intersuola: Realizzato in Z-Bound+™ materiale resistente e leggero per un’assorbimento eccezionale e reattivo.
Suola: ZCR nel tallone per una migliore durata e ZBR completo all’avampiede. Grazie alle tacche di flessione garantisce un costante contatto con il terreno dal tallone dalla pianta e della punta.
Peso: 11/OZ 311g nella configurazione 9US

Il Riding e bilanciato e reattivo.

ZOOT_W_Del_Mar_pacific_honey_dew_maliblue_S15Ma andiamo alle sensazioni.
Quando la indossi il confort la fa da padrone, è morbidissima, capisci subito che è fatta per aiutarti negli allenamenti faticosi dove i km da percorrere sono tanti.
La sorpresa è invece quando si chiede alla scarpa reattività nei lavori brevi e veloci, quasi dimenticando di essere una scarpa da “long distance” ti invita a correre sull’avampiede con una risposta immediata, pur rimanendo sempre equilibrata e bilanciata.
In pratica scoprirete due caratteri nella stessa scarpa.
Reattiva e predisposta alla corsa sull’avampiende, ad inizio gara quando l’atleta è fresco e farà lavorare molto i piedi.
Sembra dirti accomodati, buttati giù in carena….
Con la massima ammortizzazione e garantendo un totale appoggio, quando l’atleta a fine gara sarà stanco e non riuscirà più ad avere la spinta iniziale che riusciva a dare con il piede, passando da una corsa sull’avampiede, alla più classica ma sempre efficace rullata “tallone-pianta-punta”.
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Si la “Del Mar” ci è piaciuta proprio, con questa scarpa Zoot involontariamente ci rivela gli ambiziosi progetti che il marchio ha nel conquistare quota nel mercato running, e ad essere sinceri, le ambizioni sono ben supportate!
Ne sentiremo parlare.
Passiamo ai voti:
Vestibilità: 9
Comfort: 9
Ammortizzazione: 9,5
Reattività: 9,5
Estetica: 8,5
Voto finale: 9,1
Prezzo al pubblico: euro 159,95
Ecco la gallery dei modelli ZOOT:

IronMario e Zoot insieme per un sogno chiamato Ironman

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Avete presente quando siete in un posto con il corpo, ma la mente è a diecimila chilometri di distanza?
Nel mio caso i chilometri di distanza non erano più di trenta, eppure non riuscivo a pensare ad altro.
Da quando avevo ricevuto la telefonata della portinaia di casa mia, che non mi annunciava la rottura della caldaia ma l’arrivo di un pacco postale, niente aveva potuto tenermi ancorato alla sedia; mi ero allora trovato a vagare per i corridoi degli uffici, riuscendo a svolgere solo il lavoro manuale ma niente che avesse la minima attinenza con il cervello.
E pensare che tutto era nato per gioco, a cuor leggero, senza pensieri, ma con il solo intento di divertirsi e trarre il massimo godimento. Quello che sembra un approccio zen da supermercato in realtà si è trasformato in una cosa bella.
Sullo sfondo un sogno: riuscire a chiudere l’Ironman Italy 70.3di Pescara, del prossimo 14 giugno.
In concreto, alcuni problemi da superare: 
1. evitare di nuotare indossando i boxer con la bandiera degli Stati Uniti; 
2. lasciare in soffitta la cuffia con i fiori di gomma della nonna;
3. trovare qualcosa di più adatto degli occhiali di Elton John per vedere sottacqua. 
Già, ma con chi condividere questo progetto?
Con Ivano, il fondatore di questo sito, abbiamo iniziato a ragionare su chi fosse l’interlocutore giusto da contattare.
Ci abbiamo messo un secondo, perché ci è subito venuto in mente Zoot.
Zoot era la risposta alla cuffia della nonna e al costume da Beach Boy, e quando sono riuscito a mollare l’ufficio arrivando a casa dopo un tratto di guida in puro stile Sebastian Vettel, ho capito il perché.
La scena è questa: sono a casa, sono solo.
Adagio il pacco sul tavolo, lo guardo, sorrido.
Non resisto: lo apro.
Dentro cosa c’è? Una muta, la Z Forca 1.0 Weetzoot (tradotto: una muta in neoprene yamamoto cell 38); un Trisuite, il Performance Tri Team Racesuite Pewter/sub Atomic yellow; una Swimfit Silicone Cap green flash.
Avete presente il film (che poi è un libro innanzitutto) con Tom Hanks che fa il Professor Langdon in Vaticano? Esatto, sto parlando di Angeli e Demoni (il libro è di Dan Brown).
In quel film (libro) si parla degli Illuminati, il cui logo ha la particolarità di poter essere letto da qualsiasi lato lo si guardi.
Il logo di Zoot ha la stessa peculiarità, e capirlo ha già abbassato il mio tempo della frazione a nuoto.
Tutto questo materiale però va indossato subito, per riuscire ad avere la certezza che tutto funzioni. Cosa c’è di meglio di chiedere all’amico Alessandro, che di professione fa il fotografo?
Il problema dei fotografi professionisti è che vogliono fare le cose bene. Dimenticate i selfie, le foto con le boccacce o le dita sull’obbiettivo. I fotografi se ne fregano se tu ti senti un imbecille, perché conta solo il risultato finale.
Cosa pensereste allora di IronMario (cioè di chi vi scrive) in Piazza Castello e all’Arco della Pace?
Magari così non pensereste niente, ma provate a immaginarlo vestito con la muta, la cuffia e gli occhialini nel mese di marzo…
Il risultato? Lo potete vedere da soli…
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Io intanto continuo il mio percorso dallo psicologo per riprendermi da questa esperienza. Che però ha fatto sorridere; se non me, tutti i turisti del centro di Milano che si affollavano per fotografarmi!
Scherzi a parte, però, ora è arrivato il tempo di andare ad allenarsi… #staytuned

hashtag ufficiali:
#IronMario
#Run4Food
#zootitalia
#zootsport

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©Photos by Alessandro Romiti: AlessandroRomiti.co

IRONMARIO: IL RIPOSO FORZATO DEL TRIATLETA

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IL RIPOSO FORZATO DEL TRIATLETA

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Il riposo forzato o imposto al triatleta è un problema.
Anzi è un triproblema.
Che sia a causa di un inforntunio serio, o solo per una banale influenza, sono cazzi amari per tutti.
Colleghi, amici, parenti, allenatori, direttori di banca, medici, followers, tutti sono coinvolti più o meno inconsapevolmente.
Ragazzi qua non c’è nulla da ridere l’argomento è serio.
Il mese scorso mi sono trovato sul cuscino nel letto un biglietto con su scritto: “Dormi pure sul divano….., almeno fino a quando non la smetterai di sognare di fare le virate in piscina. Sognare è un conto, cercare di farle nel letto mentre uno dorme è un’altra cosa. Fatti vedere da uno bravo. Buonanotte”.
Ero fermo causa infortunio alla spalla non nuotavo da un mese…

Vediamo di affrontare il triproblema in modo scientifico. Di seguito riporto “Le cinque fasi dell’elaborazione del lutto” elaborato nel 70 dalla dottoressa Elisabeth Kübler Ross, cosa che per altro vi tornerà utile per gestire qualsiasi situazione negativa nella vita.

1) Fase della negazione o del rifiuto: B: no ma non è possibile che sia invece qualcos’altro? …  non ci posso credere, quindi dice sul serio che non posso nuotare/pedalare/correre? A: No non può, deve stare a riposo. B: ridurrò  le sedute di allenamento così sicuramente passerà. A: No lei deve stare assolutamente fermo. B: ok ci penso ci sentiamo. B: può essere affaticamento? A:NOOOOOO B: grazie arrivederci.

Intanto il triatleta se ne frega e continua come se nulla fosse ad allenarsi, anche se poi fa fatica, si lagna, non riesce, peggiora e si incazza.

2) Fase della Rabbia: Dopo la negazione si manifestano emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni investendo tutte le persone vicine e arrivando a toccare talvolta anche sfere Celesti. Una tipica domanda è “perché proprio a me?”. E’ una fase delicata dell’iter psicologico e relazione del triathleta. Il suggerimento è, se non espressamente richiesto, state molto lontano in questo momento, il triathleta può essere pericoloso.
3) Fase della contrattazione e del patteggiamento: In questa fase il triathleta inizia a verificare cosa è in grado di fare e in quali progetti alternativi può investire le sue numerose energie. Inizia una specie di negoziato. .. “se prendo le medicine credo che potrò….”“Se sto fermo magari guarirò prima e potrò ….” In questa fase il triathleta riprende il controllo della propria vita e cerca di riparare il riparabile, però, toglietegli la carta di credito ed internet, altrimenti comincerà a comprare robe inutili e costose o ad iscriversi a gare future non ben definite. Fermatelo.
4) Fase della depressione: Questa è la fase in cui il triathleta comincia a prendere consapevolezza del fatto che non potrà davvero più allenarsi per un periodo “n” e perderà parte del lavoro fatto in precedenza, lo vedrete ciondolare per casa senza meta, o scrivere articoli per siti tematici. 😀
5) Fase dell’accettazione: Quando il triathleta ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva ad una accettazione delle propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere. Questa è la fase in cui cerca di mettere apposto quanto più riesce gli aspetti materiali tipo oggetti. Non stupitevi se lo vedrete seduto sul divano con il salotto invaso da pezzi di bicicletta, oppure se vedrete i corridoio mucchietti di indumenti mentre perfezione la fase di transizione.
Il vero problema è che il triatleta essendo affetto da una forma acuta di sindrome del supereore, periodo che per altro un individuo normale supera dopo il compimento del 25° anno di età, non mette in conto la possibilità di essere umano ed ammalarsi.
Lasciatelo in pace, il triatleta è un lupo solitario, non continuate a chiedergli se è guarito, se si sta allenando….
Lo capirete da soli dalla luce che ha negli occhi quando accadrà.
Ricordate, per allenarvi bene dovete stare bene con voi stessi!
IronMario
IronMario